Le malattie professionali rappresentano uno dei temi più delicati nel diritto del lavoro e nella medicina legale. Si tratta di patologie che si sviluppano lentamente e progressivamente a causa dell’esposizione del lavoratore a rischi specifici presenti nell’ambiente di lavoro o connessi all’attività svolta.
In Italia la normativa di riferimento è il D.P.R. 1124/1965, noto come Testo Unico per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, che disciplina i criteri di riconoscimento, le tutele INAIL e gli obblighi di denuncia.
Malattie professionali tabellate e non tabellate: differenze principali
Le malattie professionali tabellate sono quelle espressamente elencate nelle tabelle del Testo Unico, suddivise tra industria e agricoltura.
Per essere considerate tali devono:
- essere incluse nelle tabelle ufficiali INAIL;
- essere legate a un rischio o lavorazione specifica indicata;
- manifestarsi entro un certo periodo dall’esposizione al rischio (periodo massimo di indennizzabilità).
Quando una patologia è tabellata, la legge presume la sua origine lavorativa: si tratta di una presunzione legale relativa (iuris tantum).
Ciò significa che il lavoratore non deve provare il nesso causale, a meno che l’INAIL non dimostri l’esistenza di cause estranee al lavoro.
Diverso è il caso delle malattie non tabellate, ossia quelle non ancora inserite negli elenchi ufficiali.
In questo scenario l’onere della prova grava sul lavoratore, che deve dimostrare, attraverso documentazione medica, descrizione delle mansioni, testimonianze e consulenze specialistiche, che la malattia è conseguenza diretta dell’attività lavorativa.
Il “sistema misto” introdotto dalla Corte Costituzionale
Fino agli anni ’80, il riconoscimento delle malattie professionali era basato esclusivamente sulle tabelle. Con la sentenza n. 179/1988, la Corte Costituzionale ha introdotto il cosiddetto “sistema misto”, ancora oggi in vigore.
In base a questo modello:
- per le malattie tabellate, vale la presunzione legale di origine professionale (spetta all’INAIL dimostrare il contrario);
- per le malattie non tabellate, il lavoratore può comunque ottenere il riconoscimento se dimostra il nesso causale con il lavoro svolto.
Questo sistema più flessibile consente di tutelare anche patologie nuove o emergenti, non ancora inserite nelle tabelle ufficiali.
Aggiornamento delle tabelle e ruolo della Commissione scientifica
Il D.lgs. n. 38/2000 ha istituito una Commissione scientifica incaricata di aggiornare periodicamente le tabelle delle malattie professionali.
La Commissione è composta da rappresentanti dei Ministeri competenti, INAIL, INPS, ASL e istituti di ricerca.
Il suo compito principale è valutare, sulla base di evidenze medico-legali ed epidemiologiche, quali nuove malattie includere, analizzando:
- studi scientifici e statistiche INAIL;
- dati del Registro Nazionale delle Malattie Causate dal Lavoro;
- consulenze di esperti del settore.
Accanto alle tabelle, l’art. 139 del D.P.R. 1124/1965 prevede anche un elenco delle malattie di probabile o possibile origine lavorativa, utile per monitorare patologie sospette che potrebbero diventare tabellate in futuro.
La spondilodiscoartrosi: una malattia da lavoro in aumento ma ancora non tabellata
Negli ultimi anni, sempre più medici e lavoratori segnalano la spondilodiscoartrosi come una possibile malattia professionale.
Si tratta di una patologia degenerativa della colonna vertebrale, spesso localizzata nella zona lombare, che può provocare dolori cronici e limitazioni funzionali.
La spondilodiscoartrosi non è ancora inclusa nelle tabelle INAIL, ma compare nell’elenco delle malattie a denuncia obbligatoria (art. 139 D.P.R. 1124/1965), in particolare tra quelle correlate a:
- movimentazione manuale dei carichi;
- esposizione a vibrazioni trasmesse al corpo intero;
- posture incongrue mantenute a lungo.
Tali condizioni si riscontrano frequentemente nei settori edilizio, logistico, agricolo e manifatturiero.
Riconoscimento INAIL e onere della prova
In assenza di tabella, il lavoratore deve dimostrare il nesso causale tra lavoro e malattia.
Le prove più rilevanti includono:
- documentazione medica e referti specialistici (fisiatri, ortopedici, medici del lavoro);
- descrizioni dettagliate delle mansioni e delle posture lavorative;
- testimonianze dei colleghi;
- consulenze tecniche o perizie medico-legali.
La Corte di Cassazione ha più volte confermato questa impostazione: anche in assenza di tabella, la malattia può essere riconosciuta se il nesso causale risulta “altamente probabile” sulla base di dati medico-scientifici e delle circostanze di fatto (Cass. Civ., Sez. Lav., n. 14288/2017; n. 2586/2020).tente e specializzato può fare la differenza nel garantire il giusto risarcimento per le vittime!
Conclusioni
Il riconoscimento di una malattia professionale, soprattutto se non tabellata, richiede competenze mediche, legali e tecniche.
La collaborazione tra medico del lavoro e avvocato specializzato è fondamentale per costruire una prova solida e ottenere il giusto risarcimento.
Ogni caso ha la sua storia, ma i diritti vanno sempre tutelati.
Per questo il nostro studio offre una valutazione gratuita del caso, per verificare i presupposti e orientare il lavoratore verso le azioni più opportune.
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